Back to the Georgian roots: premessa.

Non ho mai saputo come cominciare i miei racconti, ma la vita mi ha sempre regalato i migliori inizi…

25 Aprile 2013

Ore 16:35

Tbilisi International Airport. Immigration Border:

– “Djishkariani? Your name is Djishkariani?”, mi chiede la ragazza dell’immigrazione sorridendo, dopo aver scrutato il mio passaporto francese.

Mi ha sgamata credo…

– “Yes”, rispondo sorpresa e compiaciuta.

– “You are Georgian?”

– “Yes”, affermo con il primo accenno di orgoglio tipicamente Georgiano, orgogliosa di essere stata riconosciuta da una Georgiana. Orgogliosa di essere anch’io Georgiana. Che sensazione!

– “It’s your first time in Tbilisi?”

– “Yes”

– “Welcome to Georgia”

Welcome to my country, mi sono ripetuta.

Il mio primo contatto “reale” con la Georgia fu nel 1993, quando il mio cugino Koba venne in macchina da Tbilisi, accompagnato da suo cognato e un amico, per ritrovare suo nonno (anche mio nonno), da poter presentare a sua mamma, figlia naturale di mio nonno, che non aveva mai conosciuto.

Flashback.

Mio nonno era un uomo strano. Misterioso. Un vero Georgiano. Si chiamava Aliocha, ma anche Sacha, Alexandre o Alex, secondo le circostanze, e di sicuro non avrà avuto una vita facile. All’epoca, le vite non erano semplici è vero, e lo erano ancora meno per un disertore di guerra; siamo nel 1945. Gli avrò chiesto mille volte al nonno di raccontarmi la sua vita, la guerra, la sua Georgia, mi sentivo già allora legata a lui dallo stesso destino, con quella sensazione di dover evadere, sempre, rincorrendo le mie radici senza mai attaccarmi a nessuna terra. Raccontava la sua storia come se fosse un copione, senza mai cambiare una virgola, senza mai aggiungere o togliere nulla, con pochi dettagli, con pochi ricordi, come se la guerra glieli avesse rubati per sempre, lasciandogli l’impronta dolorosa di un momento perduto, un momento che si sarà sforzato di dimenticare, e assieme a questo momento buio, se ne andavano sfumandosi le immagini nitide del suo favoloso paese, che non avrebbe mai più rivisto, lasciando spazio a un paesaggio sbiadito, ma sempre ricordato con tanto amore. Veniva da un piccolo villaggio sperduto della Georgia Axabetiseuli, in Imerezia una delle nove regioni che suddivide il paese. Diceva che aveva studiato ingegneria, ma quella mi sembra essere la prima delle tante balle del nonno. “Nessuno è profeta in patria”, diciamo in Francia! E poi la guerra. La seconda guerra mondiale, quando la Georgia faceva parte della sacra Unione Sovietica, la potente e irreducibile U.R.S.S. Ho sempre amato come suonava U.R.S.S.; diventava già seconda potenza mondiale solo a pronunciarla. Mio nonno era un soldato dell’armata rossa, e sembra ne andasse fiero. Anche qui, nessuno è mai riuscito a guadagnarsi un’emozione, passata e/o presente che sia, dal grande Alex: era un burbero. Disertò e scappò verso l’Europa occidentale, lasciandosi tutto dietro. Tutto e tutti, ma quello solo lui lo sapeva…

Si fermò in Germania, in RFA, a München per essere precisi. Lì incontrò mia nonna, Soia. Veniva da Rjef, piccola cittadina Russa sperduta, a metà strada tra Mosca e San Pietroburgo. Era con sua figlia, Albina. Anche lei aveva una storia strappa lacrima, storia che si rivelò una gran balla anche quella. Si vede che i miei nonni erano bravi affabulatori! Lei scappata con la figlia dopo che il suo grande amore Ivan morì devotamente sul fronte: è vero che suona meglio della versione originale scoperta da sua figlia (sorellastra di mio padre di conseguenza, non vorrei che vi perdeste in questo casino genealogico di famiglia allargata a 5000 km di distanza!), vent’anni dopo, quando decise di andare alla ricerca di quale chissà verità su suo padre, e scoprì che non era il valoroso Ivan tanto elogiato da sua meschina madre, ma uno scelerato alcolizzato, per fortuna morto quando fu tempo per lei di incontrarlo. Mio nonno incontrò dunque mia nonna, che rimase incinta di mio papà. Siamo nel 1946, la guerra era stata appena vinta dai paesi alleati. Se vi piacciono i dettagli scomodi, con la storia dei miei nonni paterni, sarete accontentati. In effetti, mia nonna era corteggiata da un tedesco, ma lei era innamorata di un soldato americano, però purtroppo era rimasta incinta dal terzo incomodo, il Georgiano, mio nonno appunto. Si misero insieme per forza di cosa, nacque mio padre e vissero in Germania per sei anni, dove ottennero lo statuto di rifugiati politici dell’ONU. Questa è la versione ufficiale di mio nonno, avvallata da mia nonna, ma la realtà dei fatti era ben diversa…

Nel 1994 avevo diciassette anni. Nel pomeriggio di una domenica primaverile e tranquilla, un amico Georgiano di famiglia chiama mio padre annunciandogli che tre omoni alti due metri stavano cercando un certo Aliocha Djishkariani. Nel 1993 non esisteva FB, e la Georgia era entrata negli anni bui del post comunismo, abbandonata al suo destino dalla patria madre disastrata quanto i suoi paesi satelliti appena persi, in cerca di vivere i suoi primi veri anni d’indipendenza (la Georgia è stata pressappoco sempre invasa e dominata per la sua allettante posizione geopolitica, nell’ultimo secolo in particolare, era il punto di passaggio strategico delle pipeline petrolifere e gasdotti tra oriente e occidente), e le uniche vie di comunicazione con quei paesi erano le lettere che a volte non arrivavano mai a destinazione (altro che poste italiane!)

A casa Djischkariani comincia lo stato di fibrillazione! Io ero incredula, ero all’oscuro di tutti quei segreti del nonno e stavo scoprendo che avevo cugini di sangue là, vicino all’Azerbaijan, dove sembravano più arabi che biondi! Dentro di me esplose un esercito di emozioni, che avrei ricomposto e digerito dopo diversi anni. Non è facile scoprire che tua famiglia ti ha mentito per tutti quegli anni, continuando a nascondere verità scomode che avresti voluto un giorno trovare svelate dentro ad un diario segreto abbandonato nel soffitto di casa tua e ritrovato per caso!

Mio nonno era già vecchio e malato, e completamente plagiato da mia nonna, la strega russa, che ha tirato a suo piacimento, le fila di tutta la famiglia fino alla sua morte. Mi ricordo ancora vividamente quel momento, come se fosse ieri. Mio nonno era accomodato come al solito, silenzioso e contemplativo sulla sua sedia di fronte alla finestra, dove si estendeva tristemente la pletora di case popolari che si confondevano con l’orizzonte altrettanto grigio. Entrammo per primi mio fratello, mio padre, mia madre ed io, per non farlo morire d’infarto senza prepararlo anticipatamente e con cautela alla sorpresa che lo stava aspettando. Mia nonna era nervosa. Penso abbia temuto quel momento tutta la sua vita. Io non vedevo l’ora di vedere la reazione del nonno ancora agli albori dell’ Alzheimer. Ero sicura che non avrebbe potuto trattenere le sue lacrime. Ed è così che fu, con la sua voce rauca e severa, rotta dalla sovrabbondanza di emozione, che accolse l’altro pezzo della sua famiglia, sangue vero del suo sangue, quello georgiano! Avrei tanto voluto possedere qualche macchina magica che leggesse le vere emozioni, quelle che aveva sepolto nel fondo del suo cuore per tutti questi anni.

(Product placement: kleenex!)

La magia di quel ritrovarsi però, durò poco. La nonna stronza fece del suo meglio per convincere il nonno che i suoi nipotini erano venuti per chiedergli dei soldi, mentre Koba, mio cugino che prese l’iniziativa di affrontare questo viaggio pericoloso e lungo 3500 km in macchina, non voleva che regalare a sua madre, Tizzana, la possibilità di incontrare finalmente suo padre, che lasciò sua moglie incinta per partire in guerra e non tornare mai più. Forse non lo sapete, ma chi disertò l’armata rossa non poté mai più ritornare in patria (almeno fino allo scioglimento dell’unione nel 1991), a rischio di essere imprigionato nei gulag dell’ex USSR, per sempre…

E da lì comincia la seconda odissea e storia strappa lacrime del mio racconto. Tizzana non poteva muoversi per un problema all’anca che non poteva operare per mancanza di soldi. Il paese era economicamente, politicamente e socialmente a terra. Mio padre decise di rendersi là assieme a mia madre l’estate dell’anno dopo per incontrare il resto della famiglia, in particolare sua sorellastra (Tizzana) e organizzare l’operazione che decise di pagare lui. Io morivo dalla voglia di andarci con loro, ma era uno dei momenti più pericolosi e violenti che attraversò il paese, con kidnapping di Europei per chiedere riscatti milionari dai malavitosi locali. Non so se ricordate, la storia di Levan Kaladze, fratello del difensore del Milan Kakhaber, rapito e ucciso da quattro uomini nel 2001. (http://www.gazzetta.it/Calcio/Squadre/Milan/Primo_Piano/2006/02_Febbraio/17/kaladze.shtml?refresh_ce-cp). Quindi era fuori discussione che mio fratello ed io li accompagnassero.

I miei tornarono dalla Georgia, carichi di un entusiasmo ancora congelato nelle migliaia di foto e video testimoni di quel momento storico.

Nel 1996 era tutto pronto: mio padre aveva pagato l’operazione che era imminente, avevamo convinto mio nonno a incontrare sua figlia mai vista, prima che la morte li separassero, insomma eravamo tutti gasati e felici. L’operazione era indispensabile per permettere a Tizzana di prendere un aereo e incontrare suo padre. Tutto andò bene. Mio padre cominciò a preparare le formalità per i biglietti, i visti e i passaporti finché ricevemmo una chiamata da Koba, tre giorni dopo l’operazione. Gelo. Tizzana era morta di una crisi cardiaca, il suo cuore non aveva retto l’operazione. Ricordo che piansi per giorni. Non riuscivo a sopportare la crudeltà del fato che aveva sottratto la figlia mai vista al papà, che dovevano incontrarsi eminentemente dopo più di cinquanta anni. La vita mi pareva troppo ingiusta.

Dopo quell’anno ci perdemmo un po’ tutti di vista: mi trasferì in Italia, mio fratello andai in Georgia nei primi 2000, ma non era facile rimanere in contatto dato le distanze e la situazione catastrofica in cui versava il paese, fino alla magia di facebook (ahhhh sto FB, tra l’israeliano e le mie radici, è riuscito a regalarmi grandi opportunità e soddisfazioni!). Nel Luglio 2013 stringo amicizia con Koba e tutti gli altri membri della mia famiglia. Da quel momento lì non ci separammo mai più! Aprile dell’anno dopo, ero in rotta alla scoperta delle mie radici e il mio primo contatto con questa meravigliosa terra che mi manca ogni santo giorno, anche se ormai, Milano è la casa mia!

<3

 

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